Intervista a Luisella Grandori
Luca Poma ha intervistato Luisella Grandori,medico e coordinatore dell’iniziativa “No Grazie Pago Io”, campagna a favore dell’indipendenza della classe medica dall’industria del farmaco, della quale ci parla dettagliatamente in questo articolo.
Luca Poma ha intervistato Luisella Grandori,medico e coordinatore dell’iniziativa “No Grazie Pago Io”, campagna a favore dell’indipendenza della classe medica dall’industria del farmaco, della quale ci parla dettagliatamente in questo articolo.
A cura di Luca Poma, per l’Ufficio Stampa del Comitato GiùleManidaiBambini
Poma (domanda): Dottoressa....perchè… "paga lei"?
Grandori (risposta): Il rifiuto di qualsiasi regalo da parte dell’industria del farmaco,
oltre che dal bisogno di mantenere dignità e decoro, nasce dalla conoscenza che i
regali - di qualsiasi tipo e valore - possono influire sulle scelte prescrittive del medico,
anche senza rendersene conto. Prendersi cura della salute delle persone è una
responsabilità troppo grande per rischiare di essere influenzati – anche in modo
inconsapevole – da interessi diversi. Ma il nostro progetto non si limita al rifiuto dei
regali, quello che noi proponiamo - e attuiamo, per ciò che ci compete - è un rapporto
tra medicina e industria del farmaco diverso da quello attuale, spesso intrecciato in
modo poco chiaro. Lo scopo della medicina è proteggere la salute delle persone, quello
dell’industria del farmaco è vendere i propri prodotti. Sono obiettivi entrambi utili alla
società, se svolti correttamente, ma è bene non confonderli. Anche perché il mercato
dei farmaci ha assunto negli ultimi decenni connotati preoccupanti, come spiega
Marcia Angell nel suo libro “Farma & Co”, ed è in grado di influenzare tutti i livelli, da
quelli decisionali a quelli della ricerca, della formazione e dell’informazione dei medici
e dei cittadini. Noi riteniamo che debba essere garantita l’indipendenza del settore
salute dall’influenza del mercato, per questo proponiamo e attuiamo ad esempio la
formazione e l’informazione “non sponsorizzata”. E non siamo i soli a pensarla così.
Basta leggere il dibattito in corso da anni sulle maggiori riviste mediche internazionali,
i tanti documenti prodotti dalle società scientifiche straniere, e vedere quanti gruppi
simili al nostro esistono nel mondo: i “No Free Lunch” di New York e del Regno Unito, i
“No Gracias” spagnoli e colombiani, i “Gezonde Scepsis” olandesi, i “Mein Essen Zahl
Ich Selbest” tedeschi e “Healthy Skepticism”, associazione internazionale con sede in
Australia con affiliati in tutto il mondo, noi compresi.
D: Qualche Vostro collega avrà detto "questi sono pazzi"...
R:La maggior parte dei colleghi considerano eccessiva la nostra posizione, dicono che
siamo degli estremisti. Purtroppo molti non sono informati dei fatti, nemmeno dei più
gravi, come la vicenda del Vioxx (farmaco antidolorifico di cui sono stati nascosti gravi
effetti collaterali come infarto e ictus, causando decine di migliaia di morti, ndr) o
degli antidepressivi nell’infanzia (per alcuni dei quali è stata occultato il rischio di
comportamento “suicidiario”, ndr) e neppure del disease-mongering (una pratica che
comporta l’invenzione a tavolino di malattie al fine di giustificare la vendita di nuovi
farmaci, ndr), così come non conoscono i sottili e complessi meccanismi legati alla
promozione dei farmaci. Inoltre sottovalutano il rischio di essere influenzati, e
addirittura si “offendono”, come se la nostra campagna tacciasse loro - indirettamente
– di essere dei disonesti. Alcuni invece ci guardano con simpatia, condividendo in linea
teorica la nostra iniziativa, ma poi nel quotidiano si arrendono all’abitudine. Altri
ancora ci scrivono, dimostrano interesse e chiedono di essere informati. Ma è
emozionante vedere la gioia di chi si iscrive al gruppo e ancora di più il sentirsi dire –
come a volte è successo - che finalmente non si sentono più nè soli nè “pazzi”. E non
siamo nemmeno pochi! Eravamo solo in tre quando siamo partiti nel 2004 ed ora
siamo diverse centinaia, distribuiti in tutta Italia, tra medici di varie discipline,
infermieri, ostetriche, psicologi, farmacisti, farmacologi ed anche giornalisti di settore.
D: Può fare degli esempi vissuti - visti o raccontati da fonti affidabili - di
"invadenza" delle multinazionali farmaceutiche nel vostro ambiente?
R: Gli esempi si sprecano. Basta andare nell’ambulatorio di qualsiasi medico o nelle
corsie degli ospedali per vedere la “processione” dei rappresentanti dell’industria, che
in Italia, unico paese al mondo, chiamano”informatori scientifici del farmaco”, i quali
promuovono i prodotti delle varie multinazionali. Oppure i convegni e i congressi
sponsorizzati, che sono la maggior parte, tappezzati dal logo delle ditte, pieni di
bancarelle con depliant, gadget, e di sorrisi accattivanti dei rappresentanti. E i tanti
medici che li frequentano, ascoltano con fiducia cieca le relazioni dei cosiddetti opinion
leaders, gli “esperti”, sui quali Ray Moynhian – giornalista australiano – pone una
domanda eloquente: “sono esperti indipendenti o rappresentanti [del farmaco] sotto
mentite spoglie?” (BMJ 2008; 336:1402-1403). Per non parlare dell’”influenza
invisibile” determinata dalla scelta dei relatori, sulla quale lo sponsor può influire se
pure in modo sottile e indiretto (BMJ 2008; 336:416-417). Se si leggono gli articoli
pubblicati sulle maggiori riviste mediche internazionali, che quali tutte richiedono una
dichiarazione sui conflitti di interesse, si nota che la maggior parte degli autori ha
legami con l’industria del farmaco e che lo studio è finanziato molto spesso della Ditta
che produce il farmaco di cui si parla! Sui problemi che questa prassi può comportare,
esistono fiumi di letteratura. Sta di fatto che è assai difficile oggi per un medico capire
quanta influenza abbia l’industria in ciò che legge: deve sviluppare capacità analitiche,
critiche e valutative non semplici. Per questo è prezioso, forse indispensabile,
disporre di un’informazione indipendente sui farmaci e sulle malattie. Anche in Italia
abbiamo qualche fonte di questo tipo, ma non vengono sostenute a sufficienza con
denaro pubblico e non se ne diffonde abbastanza la conoscenza. Quando non vengono
addirittura chiuse, come è accaduto per il progetto di formazione a distanza ECCE,
apprezzato per il suo rigore e la sua indipendenza e seguito da 143.000 operatori tra
medici di svariate discipline, infermieri e farmacisti, recentemente soppresso.
D: Che progetti avete per l'immediato futuro?
R: Oltre al sito www.nograziapgoio.it, i progetti veri e propri, per ora, sono due: la
nostra “lettera periodica” e la formazione indipendente. La Lettera ha lo scopo di
diffondere più efficacemente del sito informazioni sul tema che ci sta a cuore al di
fuori del gruppo inteso in senso stretto. Chiunque si può iscrivere, ed è gratis. La
prima è uscita nell’ottobre 2008 e da allora ne abbiamo pubblicate quattro. Le
richieste di ricevere la Lettera sono in forte aumento, ne arrivano ogni giorno.
Per la formazione indipendente, alcuni di noi hanno preparato, e stanno già
utilizzando, un “modulo”specifico rivolto ai colleghi, e su questo intendiamo lavorare
molto in futuro, anche in collaborazione con i gruppi analoghi al nostro in altri Paesi,
con i quali siamo in contatto.
Abbiamo poi un’attività costante di segnalazione ai colleghi e alle Autorità competenti
delle “disinformazioni” che mettono in pericolo la salute, pratica di vigilanza che
intendiamo proseguire. Preciso che tutto il lavoro del gruppo viene svolto su base
volontaria.
D: Che scenario desiderereste vedere a lungo termine?
R: Ci piacerebbe che si creasse in generale una “distanza di sicurezza” tra medicina e
industria e che venissero esplicitati ed esercitati con chiarezza i reciproci ruoli.
Vorremmo vedere ad esempio le nostre Università che prendono una posizione
rigorosa e severa verso i regali di ogni tipo fatti ai medici dall’industria del farmaco,
verso le visite dei rappresentanti e la sponsorizzazione della formazione, come stanno
facendo tante autorevoli Scuole di Medicina negli USA. Che le Società Scientifiche si
dotassero di codici di comportamento ed etici altrettanto rigorosi. Che le Agenzie
Regolatorie del farmaco fossero finanziate solo dai governi (l’EMEA, l’Agenzia Europe
del Farmaco, è finanziata al 70% dalle case farmaceutiche!). Che la ricerca fosse
libera e indipendente, nella scelta degli ambiti di approfondimento, e che potesse
indagare su tutto ciò che può creare salute e conoscenza e non solo ciò che può creare
profitto. Che i medici si formassero “sul campo”, partendo dai quesiti nati dal lavoro
quotidiano con i pazienti, studiando in piccoli gruppi, così da poter ritrasmettere
facilmente il sapere. Perché tutto questo avvenga, sarebbe necessario riformare le
scuole di medicina per educare innanzi tutto al senso critico, al metodo scientifico, alla
responsabilità della professione, al decoro. Servirebbero anche veri maestri, capaci di
pensiero libero dalle gabbie di schemi precostituiti. E i governi dovrebbero ritrovare la
loro funzione: proteggere la salute dei cittadini, erogando risorse pubbliche per la
ricerca, la regolamentazione dei farmaci, la formazione e l’informazione. Sarebbe un
investimento enorme sul futuro, ripagato grandemente sul lungo periodo da minori
spese sanitarie e migliore salute della popolazione. In ultima analisi, il nostro
desiderio è un futuro in cui le persone non vengano imbottite da farmaci e dalla paura
di malattie spesso inesistenti od improbabili, e si ricostruisca una concezione
equilibrata e per quanto possibile serena della salute, della malattia, dell'invecchiamento e della morte.
Grandori (risposta): Il rifiuto di qualsiasi regalo da parte dell’industria del farmaco,
oltre che dal bisogno di mantenere dignità e decoro, nasce dalla conoscenza che i
regali - di qualsiasi tipo e valore - possono influire sulle scelte prescrittive del medico,
anche senza rendersene conto. Prendersi cura della salute delle persone è una
responsabilità troppo grande per rischiare di essere influenzati – anche in modo
inconsapevole – da interessi diversi. Ma il nostro progetto non si limita al rifiuto dei
regali, quello che noi proponiamo - e attuiamo, per ciò che ci compete - è un rapporto
tra medicina e industria del farmaco diverso da quello attuale, spesso intrecciato in
modo poco chiaro. Lo scopo della medicina è proteggere la salute delle persone, quello
dell’industria del farmaco è vendere i propri prodotti. Sono obiettivi entrambi utili alla
società, se svolti correttamente, ma è bene non confonderli. Anche perché il mercato
dei farmaci ha assunto negli ultimi decenni connotati preoccupanti, come spiega
Marcia Angell nel suo libro “Farma & Co”, ed è in grado di influenzare tutti i livelli, da
quelli decisionali a quelli della ricerca, della formazione e dell’informazione dei medici
e dei cittadini. Noi riteniamo che debba essere garantita l’indipendenza del settore
salute dall’influenza del mercato, per questo proponiamo e attuiamo ad esempio la
formazione e l’informazione “non sponsorizzata”. E non siamo i soli a pensarla così.
Basta leggere il dibattito in corso da anni sulle maggiori riviste mediche internazionali,
i tanti documenti prodotti dalle società scientifiche straniere, e vedere quanti gruppi
simili al nostro esistono nel mondo: i “No Free Lunch” di New York e del Regno Unito, i
“No Gracias” spagnoli e colombiani, i “Gezonde Scepsis” olandesi, i “Mein Essen Zahl
Ich Selbest” tedeschi e “Healthy Skepticism”, associazione internazionale con sede in
Australia con affiliati in tutto il mondo, noi compresi.
D: Qualche Vostro collega avrà detto "questi sono pazzi"...
R:La maggior parte dei colleghi considerano eccessiva la nostra posizione, dicono che
siamo degli estremisti. Purtroppo molti non sono informati dei fatti, nemmeno dei più
gravi, come la vicenda del Vioxx (farmaco antidolorifico di cui sono stati nascosti gravi
effetti collaterali come infarto e ictus, causando decine di migliaia di morti, ndr) o
degli antidepressivi nell’infanzia (per alcuni dei quali è stata occultato il rischio di
comportamento “suicidiario”, ndr) e neppure del disease-mongering (una pratica che
comporta l’invenzione a tavolino di malattie al fine di giustificare la vendita di nuovi
farmaci, ndr), così come non conoscono i sottili e complessi meccanismi legati alla
promozione dei farmaci. Inoltre sottovalutano il rischio di essere influenzati, e
addirittura si “offendono”, come se la nostra campagna tacciasse loro - indirettamente
– di essere dei disonesti. Alcuni invece ci guardano con simpatia, condividendo in linea
teorica la nostra iniziativa, ma poi nel quotidiano si arrendono all’abitudine. Altri
ancora ci scrivono, dimostrano interesse e chiedono di essere informati. Ma è
emozionante vedere la gioia di chi si iscrive al gruppo e ancora di più il sentirsi dire –
come a volte è successo - che finalmente non si sentono più nè soli nè “pazzi”. E non
siamo nemmeno pochi! Eravamo solo in tre quando siamo partiti nel 2004 ed ora
siamo diverse centinaia, distribuiti in tutta Italia, tra medici di varie discipline,
infermieri, ostetriche, psicologi, farmacisti, farmacologi ed anche giornalisti di settore.
D: Può fare degli esempi vissuti - visti o raccontati da fonti affidabili - di
"invadenza" delle multinazionali farmaceutiche nel vostro ambiente?
R: Gli esempi si sprecano. Basta andare nell’ambulatorio di qualsiasi medico o nelle
corsie degli ospedali per vedere la “processione” dei rappresentanti dell’industria, che
in Italia, unico paese al mondo, chiamano”informatori scientifici del farmaco”, i quali
promuovono i prodotti delle varie multinazionali. Oppure i convegni e i congressi
sponsorizzati, che sono la maggior parte, tappezzati dal logo delle ditte, pieni di
bancarelle con depliant, gadget, e di sorrisi accattivanti dei rappresentanti. E i tanti
medici che li frequentano, ascoltano con fiducia cieca le relazioni dei cosiddetti opinion
leaders, gli “esperti”, sui quali Ray Moynhian – giornalista australiano – pone una
domanda eloquente: “sono esperti indipendenti o rappresentanti [del farmaco] sotto
mentite spoglie?” (BMJ 2008; 336:1402-1403). Per non parlare dell’”influenza
invisibile” determinata dalla scelta dei relatori, sulla quale lo sponsor può influire se
pure in modo sottile e indiretto (BMJ 2008; 336:416-417). Se si leggono gli articoli
pubblicati sulle maggiori riviste mediche internazionali, che quali tutte richiedono una
dichiarazione sui conflitti di interesse, si nota che la maggior parte degli autori ha
legami con l’industria del farmaco e che lo studio è finanziato molto spesso della Ditta
che produce il farmaco di cui si parla! Sui problemi che questa prassi può comportare,
esistono fiumi di letteratura. Sta di fatto che è assai difficile oggi per un medico capire
quanta influenza abbia l’industria in ciò che legge: deve sviluppare capacità analitiche,
critiche e valutative non semplici. Per questo è prezioso, forse indispensabile,
disporre di un’informazione indipendente sui farmaci e sulle malattie. Anche in Italia
abbiamo qualche fonte di questo tipo, ma non vengono sostenute a sufficienza con
denaro pubblico e non se ne diffonde abbastanza la conoscenza. Quando non vengono
addirittura chiuse, come è accaduto per il progetto di formazione a distanza ECCE,
apprezzato per il suo rigore e la sua indipendenza e seguito da 143.000 operatori tra
medici di svariate discipline, infermieri e farmacisti, recentemente soppresso.
D: Che progetti avete per l'immediato futuro?
R: Oltre al sito www.nograziapgoio.it, i progetti veri e propri, per ora, sono due: la
nostra “lettera periodica” e la formazione indipendente. La Lettera ha lo scopo di
diffondere più efficacemente del sito informazioni sul tema che ci sta a cuore al di
fuori del gruppo inteso in senso stretto. Chiunque si può iscrivere, ed è gratis. La
prima è uscita nell’ottobre 2008 e da allora ne abbiamo pubblicate quattro. Le
richieste di ricevere la Lettera sono in forte aumento, ne arrivano ogni giorno.
Per la formazione indipendente, alcuni di noi hanno preparato, e stanno già
utilizzando, un “modulo”specifico rivolto ai colleghi, e su questo intendiamo lavorare
molto in futuro, anche in collaborazione con i gruppi analoghi al nostro in altri Paesi,
con i quali siamo in contatto.
Abbiamo poi un’attività costante di segnalazione ai colleghi e alle Autorità competenti
delle “disinformazioni” che mettono in pericolo la salute, pratica di vigilanza che
intendiamo proseguire. Preciso che tutto il lavoro del gruppo viene svolto su base
volontaria.
D: Che scenario desiderereste vedere a lungo termine?
R: Ci piacerebbe che si creasse in generale una “distanza di sicurezza” tra medicina e
industria e che venissero esplicitati ed esercitati con chiarezza i reciproci ruoli.
Vorremmo vedere ad esempio le nostre Università che prendono una posizione
rigorosa e severa verso i regali di ogni tipo fatti ai medici dall’industria del farmaco,
verso le visite dei rappresentanti e la sponsorizzazione della formazione, come stanno
facendo tante autorevoli Scuole di Medicina negli USA. Che le Società Scientifiche si
dotassero di codici di comportamento ed etici altrettanto rigorosi. Che le Agenzie
Regolatorie del farmaco fossero finanziate solo dai governi (l’EMEA, l’Agenzia Europe
del Farmaco, è finanziata al 70% dalle case farmaceutiche!). Che la ricerca fosse
libera e indipendente, nella scelta degli ambiti di approfondimento, e che potesse
indagare su tutto ciò che può creare salute e conoscenza e non solo ciò che può creare
profitto. Che i medici si formassero “sul campo”, partendo dai quesiti nati dal lavoro
quotidiano con i pazienti, studiando in piccoli gruppi, così da poter ritrasmettere
facilmente il sapere. Perché tutto questo avvenga, sarebbe necessario riformare le
scuole di medicina per educare innanzi tutto al senso critico, al metodo scientifico, alla
responsabilità della professione, al decoro. Servirebbero anche veri maestri, capaci di
pensiero libero dalle gabbie di schemi precostituiti. E i governi dovrebbero ritrovare la
loro funzione: proteggere la salute dei cittadini, erogando risorse pubbliche per la
ricerca, la regolamentazione dei farmaci, la formazione e l’informazione. Sarebbe un
investimento enorme sul futuro, ripagato grandemente sul lungo periodo da minori
spese sanitarie e migliore salute della popolazione. In ultima analisi, il nostro
desiderio è un futuro in cui le persone non vengano imbottite da farmaci e dalla paura
di malattie spesso inesistenti od improbabili, e si ricostruisca una concezione
equilibrata e per quanto possibile serena della salute, della malattia, dell'invecchiamento e della morte.














